Capri - Come lei non c'è nessuna

Bell'Italia
02/06/2005

Il primo vip a farsi sedurre dal mare di Capri fu l'imperatore Ottaviano Augusto, per quarant'anni amante mordiefuggi dell'isola che battezzò apragopolis, cioè "del dolce far niente". Col suo successore Tiberio nacque una liaison stabile: il centro del potere romano si trasferì per 10 anni a Villa Jovis, in cima a una montagna nell'estremo est dell'isola.
Settemila metri quadrati di orgogliosa e pensosa solitudine aggrappati su un dirupo di 300 metri, il salto di Tiberio. Oggi lo sguardo da quassù riassume, insieme a una dolce vertigine, l'aspetto più vero della Capri marina: la natura, in larga parte selvaggia, e un profondo, magico silenzio. Poi c'è l'altra faccia, quella mondana della Piazzetta, dei negozi alla moda, della chiacchiera vanitosa, delle scie delle barche lasciate dai mille emuli di Ottaviano e Tiberio: attori, cantanti, calciatori, industriali. Eppure, miracolosamente, questo Giano bifronte trova un suo punto di equilibrio, una sua superiore eleganza che ti fa dire, ogni volta che tomi, "Capri è sempre Capri".
Sbarcati a terra, nell'accogliente Marina Grande i turisti si affollano al moletto da dove le motobarche tracciano il periplo dell'isola. Diciassette chilometri di litorale in due ore: un bel modo per stupirsi di quanto poco la vulgata corrente su Capri ne riporti la natura più autentica, fatta di pareti di calcare aspro e scosceso, balze e dirupi rocciosi, squarci di macchia mediterranea ricca di specie rare, calette raggiungibili solo da cento anfratti, stradine, sentieri. E grotte, decine di grotte che perforano la costa.
La celeberrima è la grotta Azzurra, a nordovest, cui si accede rispettando un curioso rito. Dalla motobarca ci si sposta sui battelli biposto dei leggendari battellieri capresi, sempre gentilissimi nel porgere la mano, specie alle signore. Quasi sdraiati, con la schiena all'indietro, si varca il pertugio che conduce nel cuore dell'anfratto, il "duomo azzurro".
Il colore che esplode dentro il ventre buio della grotta e l'eco di Torna a Surriento, eseguita con perfetta intonazione dai battellieri, scioglie anche il cuore dei più freddi. L'effetto spaesamento è tale che a nessuno importa più di conoscere la spiegazione scientifica della colorazione, dovuta al fatto che la luce filtra da una finestra sotterranea, posta proprio sotto l'ingresso. La coltre d'acqua assorbe i rossi e lascia filtrare solo gli azzurri. Dopo le 17, i turisti che la sanno lunga e i capresi doc ci fanno il bagno, nonostante il divieto.
Altrove è il regno di altri colori. Doppiato il faro di punta Carena, tocca alla grotta Rossa, dalla tinta rossavioletta della vegetazione delle pareti, e alla grotta Verde, breve corridoio naturale dove addentrarsi il più possibile per cogliere, in poche canoniche ore del giorno, gli "effetti speciali" di luce che le danno il nome. Anche i tre possenti faraglioni (di Terra, di Mezzo, di Fuori) erano architravi di un antico sistema di grotte carsiche, franate per l'azione degli agenti esterni; ne resta traccia nella volta del faraglione di Mezzo, che permette il cinematografico passaggio nel cuore della roccia: è una manciata di secondi, dentrofuori, ma bastano per sentirsi un divo. Doppiate punta Tragara e punta Massullo, come uscita dalla fantasia di uno scultore ecco la grotta a due piani, Bianca in basso e Meravigliosa in alto, con fantasiose stalattiti.
Tornati a Marina Grande, ammaliati dalle acque, si cerca l'angolo buono per fare un tuffo. Data la conformazione dell'isola, più che spiagge qui si trovano discese a mare, abbarbicate sullo scosceso bagnasciuga. Eppure anche i bagni, come tutto sull'isola, hanno una loro personalità. Vicino a Marina Grande, i comodi Bagni Tiberio, su due piani, sono frequentati soprattutto dalle famiglie. Ci si arriva per la stretta via Palazzo a Mare: qui sorgeva l'ennesima villa di Augusto e Tiberio, quella marittima, un tripudio di terrazze, piscine, ninfei, giardini. Lo stabilimento attuale è proprio nel quartiere balneare della villa: si può scegliere tra le palafitte in legno e la spiaggia di ciottoli.
Un sole e mare "imperiale", con blocchi di opus reticulatum che spuntano dappertutto. Un autobus fa da collegamento con Marina Piccola, sull'altro versante del pianoro dove sorge Capri ("la città", mentre Anacapri è "la campagna"). L'insenatura fu approdo solitario per artisti stranieri, innamorati del silenzio, finché nel primo dopoguerra non furono piantati i primi ombrelloni. Nel 1950 nacque La Canzone del Mare, inaugurato dalla cantante inglese Grace Fields, che riadattò un antico fortino trasformandolo in un ritrovo alla moda, palcoscenico di mondanità. Il bagno in piscina, la tintarella sulle terrazze e la cena coccolati dalle stelle e dalla brezza del mare ne fanno ancora oggi un cocktail di lusso e semplicità frequentato dal jetset.
Più raccolto e scenografico è il Lido del Faro di punta Carena, estremità sudovest dell'isola, una piccola baia circondata dagli scogli, ideale anche per feste di matrimonio. Ma lo sfizio di dare del tu ai faraglioni ce lo si può togliere camminando dalla Piazzetta per via Tragara e via Pizzolungo e deviando a destra verso il mare, in boschi di pini mediterranei, o per i più pigri imbarcandosi a Marina Piccola. Proprio di fronte ai "giganti", ai piedi del faraglione di Terra, ecco i lettini di Da Luigi nell'antico porto grecoromano. Più discosti e più spartani, a ovest del trio delle meraviglie, i bagni La Fontelina, sistemati su una scogliera bassa. Ottimo il ristorante, ma il luogo si presta anche a un più giovanile e sportivo pranzo a base di meloni.
Rifocillati e riposati, si scopre che Capri è anche un'isola da passeggiare e da camminare, aggrappati alla roccia su comodi sentieri lastricati da dove inquadrare le mille prospettive del blu.
L'itinerario simbolo, dalla Piazzetta all'Arco naturale (tre ore da affrontare nel tardo pomeriggio), riunisce tutto l'imperdibile: le ville di via Tragara, da spiare attraverso cinte e cancelli per ammirare gli splendidi colonnati, autentica griffe caprese; il belvedere di punta Tragara, richiestissimo al tramonto; via Pizzolungo, dove rincorrersi seguendo il va e vieni della costa e del mare, tra rientranze e promontori; i faraglioni da tutte le prospettive possibili; villa Malaparte a punta Massullo, la "casa come me" dell'eccentrico scrittore e giornalista, ieri frequentata da Moravia, Togliatti, Camus, Cocteau e oggi ambito rifugio per scrittori e artisti di mezza Europa in cerca d'ispirazione. Un po' di fiato va riservato ai 400 gradini di pietra che portano alla grotta Matermania o Matromania, che Tiberio (sempre lui) trasformò in un fresco ninfeo. Geniale: anche adesso farebbe il suo servizio.
Ma salendo ancora un po' ci si può accontentare di una granita al limone all'ottimo ristorante Le Grottelle. L'ultima scultura di pietra, 121 gradini più sotto, è l'Arco Naturale, resto di un'antica grotta traforata dall'erosione. Seduti sulla panchina si guarda come dentro un enorme binocolo cala Matermania e il mare. Romantico, mondano, selvaggio: è il signore dell'isola.


PIAZZETTA CROCEVIA DI SGUARDI
Guardare e farsi guardare, vedere chi c'è e chi non c'è di quelli "che contano" è l'attività più praticata in piazza Umberto I, punto d'incontro dell'isola e baricentro mondiale della mondanità.
Nel tardo pomeriggio, partita l'ultima barca di "giornalieri", l'isola rimane possesso dei vip che hanno casa o yacht qui, insieme a pochi, fortunati turisti qualunque. Scatta allora il "visti in piazzetta", rubrica gettonatissima sulle bocche di tutti. Nella "chiazza", come la chiamano qui, si approda dal 1907 con la funicolare.
Ha un lato panoramico, con la terrazza colonnata aperta sulla prospettiva del monte Solaro, un lato religioso, con la chiesa seicentesca di San Giorgio e un lato civico, con il Municipio. E, soprattutto, un cuore mondano, inventato negli anni Trenta da Raffaele e Teresa Vuotto, che ne fecero il palcoscenico per i tavolini all'aperto del Gran Caffè Vuotto.
Un mito che continua, tra un aperitivo, un cocktail e una chiacchiera, banale altrove, assolutamente cool qui.